Superati i quattro anni, l’acquisizione del controllo sfinterico è solitamente un processo completato. Ma in alcuni casi, capita che un bambino continui ad evacuare in modo inappropriato, nei vestiti o in luoghi non adatti, senza apparente motivo. Questo comportamento, che può provocare disagio nel bambino e preoccupazione nei genitori, prende il nome di encopresi.
Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), l’encopresi è caratterizzata da evacuazioni ripetute in contesti non appropriati almeno una volta al mese per tre mesi consecutivi, in bambini con un’età mentale di almeno quattro anni. È importante chiarire che non si tratta di un capriccio, né di una semplice dimenticanza: spesso è l’espressione corporea di un disagio più profondo.
È possibile distinguere tra encopresi primaria, quando il controllo sfinterico non è mai stato acquisito, ed encopresi secondaria, che insorge dopo un periodo in cui il bambino era riuscito a controllare le evacuazioni. Questa distinzione può offrire spunti utili per comprendere meglio il tipo di disagio coinvolto.
Dopo i quattro anni: un segnale psicologico da ascoltare
Il traguardo del quarto anno segna, sul piano evolutivo, un momento chiave: il bambino ha ormai acquisito la consapevolezza del proprio corpo, e dovrebbe essere in grado di controllare gli sfinteri in modo stabile. Quando questo non accade, o se il controllo si perde dopo esser stato acquisito, qualcosa merita attenzione.
In molte famiglie, la comparsa dell’encopresi genera frustrazione: si pensa che il bambino lo faccia apposta, che stia “regredendo” o testando i limiti. In realtà, non è il bambino a essere sbagliato, ma c’è qualcosa nella sua esperienza – spesso non ancora verbalizzabile – che sta cercando un modo per essere espresso.
Quando, come e perché succedono episodi di encopresi?
L’encopresi può manifestarsi in diversi momenti della giornata, ma spesso si osserva al rientro da scuola, prima di andare a dormire, o durante situazioni emotivamente impegnative. A volte accade quando il bambino è immerso nel gioco, distratto o troppo coinvolto per “accorgersi” del bisogno.
Può anche emergere in concomitanza con eventi di vita significativi: un trasloco, la nascita di un fratello, un cambiamento scolastico, una separazione tra i genitori. Tutte situazioni che, pur essendo gestibili per gli adulti, possono rappresentare scossoni importanti nell’equilibrio interno del bambino.
Non sempre, però, l’encopresi ha una causa evidente. A volte si tratta di un accumulo di piccole fatiche, di difficoltà nell’esprimere emozioni complesse, o di un bisogno di controllo che si sposta dal piano relazionale a quello corporeo.
Quando il corpo racconta un disagio
Il corpo dei bambini parla. A volte sussurra, altre volte urla. E quando lo fa, lo fa con un linguaggio che è ancora tutto da decifrare. L’encopresi è una di queste forme di linguaggio. Non è un “problema da risolvere”, ma un messaggio che va ascoltato con cura e sensibilità.
In alcuni casi il sintomo nasce da esperienze fisiche spiacevoli, come la paura del dolore durante la defecazione, che può portare alla trattenuta volontaria delle feci. Questa, nel tempo, può generare un ciclo di stitichezza e perdite involontarie. In altri casi, è il tentativo inconscio di riprendere un controllo in una fase di vita percepita come imprevedibile.
Il rischio più grande è che il sintomo si cristallizzi attorno a dinamiche punitive, di vergogna o umiliazione. Il bambino ha bisogno, al contrario, di essere aiutato a dare un senso a ciò che gli accade, e a trovare nuovi modi per raccontare le sue emozioni.
Routine, ascolto e contenimento
Un primo aiuto concreto può venire dall’organizzazione quotidiana. I bambini traggono sicurezza dalla prevedibilità: sapere cosa succede, in che ordine, con quali tempi. Creare piccole routine stabili intorno ai pasti, al sonno, all’uso del bagno, aiuta a ricostruire un senso di fiducia e stabilità.
Ad esempio, si possono prevedere momenti “protetti” in cui il bambino possa andare in bagno con calma, sempre alla stessa ora del giorno, magari dopo la colazione o la cena. Senza fretta, senza aspettative, ma con la certezza che quel momento è lì, per lui.
La chiave sta nell’accompagnamento non giudicante. Non serve insistere, forzare o interpretare il sintomo come volontario. Al contrario, è nella fiducia e nella regolarità del tempo condiviso che il bambino può tornare a sentire il corpo come un luogo sicuro.
Il respiro come risorsa
La respirazione è uno strumento potente, spesso sottovalutato. Quando un bambino trattiene, si irrigidisce, vive il corpo come luogo di tensione, aiutarlo a respirare in modo consapevole può fare la differenza.
Semplici esercizi di respirazione diaframmatica, proposti come gioco o rituale condiviso (“gonfiamo il palloncino nella pancia”, “facciamo volare la barchetta sul mare”), possono diventare momenti di contatto con sé. Non si tratta di tecniche complesse, ma di piccoli gesti ripetuti con costanza, che aiutano il bambino a rilassarsi, a sentire il proprio corpo come alleato.
Anche prima di andare in bagno, un momento di respirazione può favorire il rilascio e la distensione, creando le condizioni interne più favorevoli all’evacuazione.
Quando è utile chiedere aiuto
Se il sintomo persiste, è utile rivolgersi a una psicoterapeuta dell’età evolutiva. Un percorso terapeutico può aiutare il bambino a mettere in parole il proprio vissuto, restituendo significato a ciò che il corpo ha iniziato a comunicare.
Il lavoro coinvolge spesso anche i genitori, non per colpevolizzare, ma per rafforzare la qualità della relazione, aiutando gli adulti a sentirsi strumenti attivi di cura, contenimento e comprensione.
Una nuova narrazione dell’encopresi psicologica
L’encopresi non è un errore, né un fallimento. È una forma di espressione, una narrazione che passa attraverso il corpo. Con il giusto ascolto, può diventare un’occasione di crescita, un modo per imparare insieme a dare nome e forma alle emozioni.
E quando il corpo è il primo a parlare, sarà anche il primo a dirci, in modo silenzioso ma chiaro, quando qualcosa dentro inizia a stare meglio.



